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Quartieri di Fatih, Fener e Balat
Süleymaniye Camii - Moschea di Solimano ilMagnifico
La Süleymaniye Camii corona uno dei sette colli di İstanbul e domina il Corno d’Oro, offrendo un punto di riferimento visibile da tutta la città. Pur non essendo la più grande moschea ottomana, è di certo una delle più belle e imponenti. Inoltre si distingue dalle altre in quanto conserva molti edifici del külliye originale, brillantemente riadattati ad altri usi. Commissionata da Solimano I il Magnifico e costruita tra il 1550 e il 1557, fu la quarta moschea imperiale eretta a İstanbul; si dice che i suoi quattro minareti con i loro 10 splendidi şerefe (balconi) rappresentino il fatto che Solimano fu il quarto sovrano osmanlı a governare in città e il decimo sultano dalla fondazione dell’impero. La moschea e gli edifici adiacenti furono progettati da Mimar Sinan, il più celebre e talentuoso tra tutti gli architetti dell’impero. La türbe (tomba) di Sinan si trova appena fuori dal muro di cinta del giardino della moschea, accanto a una medrese in disuso. L’interno della moschea incanta per le sue vaste dimensioni e per la sua sobrietà. Sinan incorporò nelle mura dell’edificio i contrafforti che sostengono le quattro colonne principali, creando in questo modo uno stupendo effetto di ‘trasparenza’, cioè un ambiente ampio e luminoso che ricorda fortemente Aya Sofya soprattutto per le dimensioni della cupola, che raggiungono quasi quelle della basilica bizantina. Tra le decorazioni dell’interno spiccano il mihrab rivestito di belle maioliche di İznik, le imposte delle finestre intarsiate di madreperla, le magnifiche vetrate istoriate, i muqarnas (motivi decorativi a nido d’ape) dipinti, lo spettacolare tappeto sul pavimento di colore arancione, i pennacchi dipinti e i medaglioni con le calligrafie. Solimano specificò che il külliye dovesse comprendere l’imaret (mensa per i poveri), la medrese, l’hamam, il darüşşifa (ospedale), il tabhane (foresteria per i dervisci in viaggio) e così via. L’imaret e il tabhane si trovano all’estremità nord-occidentale della moschea, mentre l’ingresso principale della moschea è in Professor Sıddık Sami Onar Caddesi, un tempo noto come Tiryaki Çarşışı (Mercato dei Drogati). Gli edifici che in passato ospitavano tre medrese e una scuola elementare sono oggi sede della Biblioteca Süleymaniye, mentre i fasülyeciler (ristoranti specializzati in piatti a base di fagioli) erano all’epoca sale da tè che vendevano oppio (da cui l’antico nome della via). Il darüşşifa sorge all’angolo tra Professor Sıddık Sami Onar Caddesi e Şifahane Sokak. La türbe (tomba) di Sinan è appena all’esterno del muro di cinta del giardino della moschea, accanto a una medrese in disuso. Sul lato est della moschea sorge il Süleymaniye Hamamı, ancora in attività. Nel cimitero a destra (sud-est) dell’ingresso principale alla moschea si possono vedere le tombe di Solimano e della moglie Haseki Hürrem Sultan (Rosselana). Le lavorazioni in maioliche che circondano gli ingressi delle due tombe sono superbe e i pannelli intarsiati d’avorio di quella di Solimano sono di squisita raffinatezza. Le vie adiacenti alla moschea ospitano la maggiore concentrazione di abitazioni ottomane in legno. Grande Bazar (KapalıçarşıIl Grande Bazar (in turco: Kapalıçarşı, che significa "mercato coperto"; anche Büyük Çarşı, che significa "mercato grande") è uno dei mercati coperti più grandi e antichi del mondo, con 61 strade coperte e oltre 4.000 negozi che attirano ogni giorno tra 250.000 e 400.000 visitatori. Nel 2014 è stato classificato al numero uno tra le attrazioni turistiche più visitate al mondo con 91.250.000 visitatori annuali. ArchitetturaL'Iç Bedesten ha una pianta rettangolare (43,30 m x 29,50 m). Due file di pilastri di pietra, quattro in ogni fila, sostengono tre file di campate, cinque per fila. Ogni campata è sormontata da una cupola in mattoni con tamburo cieco. Nell'interno e nelle pareti esterne sono state costruite 44 depositi (in turco: mahzen), stanze a volta senza aperture esterne. La luce solare entra nel bedesten da finestre rettangolari poste proprio sotto il tetto: esse sono accessibili attraverso un deambulatorio in legno. A causa della scarsa illuminazione, l'edificio era tenuto aperto solo alcune ore ogni giorno ed era dedicato al commercio di beni di lusso, soprattutto tessili. Inoltre, i Mahzen del Bedesten erano usati anche come casseforti.
Il Sandal Bedesten ha anche una pianta rettangolare (40,20 m × 42,20 m), con 12 pilastri di pietra recanti 20 campate sormontate da cupole di mattoni con tamburo cieco. In questo caso i negozi sono ricavati solo nelle pareti esterne. In entrambi gli edifici, ogni campata è collegata alle altre attraverso archi in mattoni legati da travi in legno di ginepro, mentre la muratura è fatta di pietrisco. Entrambi gli edifici erano chiusi da porte di ferro. In origine le strutture del Grande Bazar erano costruite in legno e solo dopo l'incendio del 1700 furono ricostruite in pietra e mattoni e coperte. Tutti gli edifici del bazar, ad eccezione del mercato dei mercanti di pellicce (turco: Kürkçüler Çarsısı), un'aggiunta successiva a due piani, sono a un piano. I tetti hanno prevalentemente una copertura a tegole, mentre la parte bruciata nel 1954 utilizza ora bitume. Nel bazar non era prevista alcuna luce artificiale, anche per prevenire gli incendi, e il fumo era severamente vietato. Le strade al di fuori del Bedesten interno sono approssimativamente parallele ad esso. In ogni caso, i danni causati dai numerosi incendi e terremoti accaduti lungo i secoli, insieme alle riparazioni fatte senza un piano generale, hanno dato al mercato - soprattutto nella sua parte occidentale - un aspetto pittoresco, con il suo labirinto di strade e vicoli che si intersecano a vari angoli. Storia sociale del Grande BazarLo Zincirli Hanı, un caravanserraglio dismesso, dove oggi si producono gioielli. Fino al restauro successivo al sisma del 1894, il Grande Bazar non aveva negozi come quelli che esistevano in occidente: lungo entrambi i lati delle strade i mercanti sedevano su divani di legno davanti ai loro scaffali. Ognuno di essi occupava uno spazio da 1,8 a 2,4 m di larghezza e da 0,91 a 1,22 m di profondità. Questo spazio si chiamava in turco dolap, che significa "stallo". La merce più preziosa non era esposta, ma custodita in armadietti. Solo i vestiti erano appesi in lunghe file, con un effetto pittoresco. Un potenziale cliente poteva sedersi di fronte al rivenditore, parlare con lui e bere un tè o un caffè turco, in modo rilassato. Alla fine della giornata, ogni stallo veniva chiuso da tende. Un'altra peculiarità era la completa mancanza di pubblicità. Inoltre, come ovunque in Oriente, i commercianti dello stesso tipo di merci venivano concentrati per legge lungo una strada, che prendeva il nome dalla loro professione. Il Bedesten interno ospitava i beni più preziosi: gioiellieri, armaioli, commercianti di cristallo avevano lì i loro negozi. Il Bedesten del Sandalo era principalmente il centro del commercio della seta, ma anche lì erano in vendita altri beni. Le parti più pittoresche del mercato erano - a parte i due Bedesten - il mercato delle scarpe (turco: Pabuççular Pazarı), dove migliaia di scarpe di diversi colori (le leggi suntuarie ottomane prescrivevano scarpe gialle per i musulmani, blu per i greco ortodossi, nere per gli ebrei e rosse per gli armeni) erano esposte sugli scaffali più alti; il mercato delle spezie e delle erbe (successivamente concentrato nel bazar egiziano; in turco Mısır Çarşısı), che si trovava vicino ai gioiellieri; il mercato delle armature e delle armi; il vecchio mercato dei libri e il mercato delle pulci. Questo tipo di organizzazione scomparve gradualmente, sebbene oggigiorno si possa osservare di nuovo una concentrazione della stessa attività lungo determinate strade: Gioiellieri e braccialetti d'oro lungo Kalpakcılar Caddesi; Braccialetti d'oro lungo Kuyumcular Carsısı; Mobili lungo Divrikli Caddesi; Tappeti lungo Sahaflar Caddesi; Pelletteria lungo Perdahçılar Caddesi; Vestiti in pelle e casual al Bit Pazarı. In realtà, la ragione principale per concentrare gli scambi in un solo posto era fornire la massima sicurezza contro il furto, l'incendio e le rivolte. I beni nel Bedesten erano garantiti contro tutto tranne le sommosse. Le porte erano sempre chiuse di notte, e il bazar era sorvegliato da guardie pagate dalle corporazioni dei mercanti. Per accedere al complesso durante le ore notturne, era necessario un editto imperiale. L'unica apertura ufficiale della notte nella storia del Bazar avvenne nel 1867 durante la festa organizzata per il ritorno del Sultano Abdülaziz dall'Egitto, quando il sovrano attraversò il mercato illuminato a cavallo tra la popolazione festante. Nonostante l'immensa ricchezza presente nel Bazar nel corso dei secoli - come scrive un viaggiatore inglese circa nel 1870, un giro dei Bedesten interni poteva facilmente rovinare diverse famiglie della dinastia dei Rothschild[ - furti avvenivano molto raramente. L'incidente più importante si verificò nel 1591, quando 30.000 monete d'oro (turco: Altın) furono rubate nel vecchio Bedesten. Il furto scioccò l'intera Istanbul, il Bazar rimase chiuso per due settimane e molti furono torturati, fino a quando il denaro venne trovato nascosto sotto una stuoia del pavimento. Il colpevole era un giovane venditore persiano di muschio. Per intercessione del sultano Murad III esso fu giustiziato tramite impiccagione e non con la tortura. L'etica del commercio nel mercato fino all'era del Tanzimat (cioè fino alla metà del XIX secolo) era molto diversa da quella moderna: l'indifferenza al profitto, l'assenza di invidia per il successo degli altri commercianti e un prezzo unico e corretto erano tratti peculiari del bazar ottomano durante la sua età d'oro. La ragione di questo comportamento risiede in parte nell'etica dell'Islam, e in parte nel sistema delle corporazioni che forniva una solida rete di sicurezza sociale ai mercanti. In seguito, l'occidentalizzazione della società ottomana e l'influenza delle minoranze nazionali causarono l'introduzione dell'etica mercantile nella società ottomana. Lo Zincirli Hanı, un ex caravanserraglio dove ora vengono prodotti gioielli. Proprio durante l'occidentalizzazione della società ottomana, il Gran Bazar divenne un topos obbligatorio della letteratura romantica. A scrittori come Edmondo De Amicis e Théophile Gautier dobbiamo le descrizioni del Bazar a metà del XIX secolo. Un'altra particolarità del mercato durante l'era ottomana era la totale mancanza di ristoranti. L'assenza di donne nella vita sociale e le convenzioni nomadi nella società turca hanno resero alieno il concetto di ristorante. I mercanti si portavano il pranzo in una scatola di cibo chiamata sefertas, e l'unico cibo in vendita era costituito da piatti semplici come il döner kebab, il tavuk göğsü (un dolce preparato con petto di pollo, zucchero di latte e acqua di rose cosparsa su di esso) e caffè turco. Questi semplici piatti venivano preparati e serviti in piccoli chioschi a due piani collocati in mezzo a una strada. Il più famoso tra questi chioschi è quello ancora esistente, ma non più funzionante, posto all'incrocio tra Halıcılar Caddesi e Acı Çesme Caddesi. Si dice che il Sultano Mahmud II sia venuto lì spesso sotto mentite spoglie per mangiare il suo budino. Il Bazar era nell'età ottomana il luogo per eccellenza in cui gli Istanbullu (gli abitanti della città) potevano vedersi. Non solo il mercato era l'unico posto in città dove le signore potevano andare relativamente facilmente (e questa circostanza rendeva il posto particolarmente interessante per gli europei che visitavano la città), ma - specialmente dall'era del Tanzimat - era anche l'unico luogo pubblico in cui il cittadino medio aveva la possibilità di incontrare casualmente i membri dell'Harem Imperiale e della Corte. I mercanti del Bazar erano organizzati in corporazioni. Per stabilirne una nuova, era necessario avere abbastanza commercianti dello stesso bene. In seguito, si formava un monopolio e il numero di commercianti e negozi veniva congelato. Si poteva essere accettati nella corporazione solo tramite cooptazione, sia come figlio di un membro deceduto, sia dopo aver pagato una somma adeguata a un membro che voleva andare in pensione.[43] Il capo della gilda era un funzionario pubblico chiamato Kethüda: esso veniva pagato dalla gilda ma era nominato dal Kadı di Istanbul. La fissazione dei prezzi e delle tasse era responsabilità del Kethüda. Egli era coadiuvato da un rappresentante del membro della gilda, chiamato Yiğitbaşı ("il capo dei giovani coraggiosi"). Questi due ufficiali erano affiancati dall'assemblea degli anziani, non necessariamente di età, ma comprendenti i commercianti più esperti. Parallelamente alle corporazioni, c'erano organizzazioni puramente religiose, chiamate tariks fütüvvet: i loro membri si incontravano nei santuari dei dervisci e svolgevano funzioni religiose. Queste organizzazioni divennero sempre meno importanti col tempo a causa del peso crescente dei mercanti greci, armeni ed ebrei nel commercio del bazar. Ogni gilda aveva un dipartimento finanziario che raccoglieva una moderata quota mensile (alcune monete d'argento, in turco: Kuruş) dai propri membri e la amministrava prendendosi cura dei bisogni di ogni persona associata.] Le corporazioni persero sempre più la loro importanza durante il periodo del Tanzimat e furono abolite nel 1913, sostituite da un'associazione di mercanti di Bazar. Al giorno d'oggi, ci sono diverse associazioni mercantili nel Bazar, ma nessuna è rappresentativa dell'intera comunità dei venditori. Il Gran Bazar oggiOggi il Grande Bazar è un complesso fiorente che impiega 26.000 persone ed è frequentato ogni giorno da un numero di visitatori che oscilla fra 250.000 e 400.000, e uno dei principali punti di riferimento di Istanbul. Esso deve competere con i moderni centri commerciali comuni a Istanbul, ma la sua bellezza e il suo fascino rappresentano un vantaggio formidabile. Il capo della Associazione degli artigiani del gran bazar ha affermato che il complesso era nel 2011 - l'anno del suo 550° compleanno - il monumento più visitato al mondo. Un progetto di restauro a partire dal 2012 ha rinnovato i suoi sistemi di infrastruttura, riscaldamento e illuminazione. Inoltre, gli han (antiche locande) all'interno del mercato sono stati rinnovati e le aggiunte successive demolite. Questo progetto dovrebbe aver finalmente risolto i grandi problemi del mercato: ad esempio, in tutto il Bazar non esiste un vero e proprio servizio igienico. Inoltre, la mancanza di controlli negli anni passati ha permesso a molti concessionari di rimuovere colonne e pareti di sfogo nei loro negozi per guadagnare spazio; questo, insieme alla sostituzione del piombo (rubato negli ultimi anni) con il cemento sul tetto del mercato, ha creato un grande rischio quando si verificherà il terremoto previsto a Istanbul nei prossimi anni. Il Grande Bazar è aperto tutti i giorni tranne la domenica e i giorni festivi dalle 9:00 alle 19:00. Bazar delle Spezie (mercato egiziano)Le piramidi di spezie dai colori vivaci e i vassoi di lokum (chiamati anche Turkish delight; gelatine colorate e aromatizzate) simili a gioielli sono una vera festa per gli occhi delle migliaia di turisti e locali che ogni giorno visitano questo bazar di epoca ottomana. Oltre alle spezie e ai lokum, le bancarelle vendono erbe essiccate, caviale, noci, favi di miele e frutta secca. Nonostante le bancarelle con chincaglieria per turisti siano ogni anno più numerose, questo rimane un posto unico dove fare provviste di souvenir commestibili, scambiare qualche battuta scherzosa con i venditori e ammirare l’ottimo stato di conservazione dell’edificio. Il mercato fu costruito negli anni del 1660 come parte della Yeni Camii, la quale come di consueto aveva attività commerciali circostanti che la sovvenzionavano economicamente e strutture di pubblica utilità, tra cui una scuola, un hamam e un ospedale. Il nome turco del bazar, il Mısır Çarşısı (Mercato Egiziano), suggerisce che sia stato in origine finanziato dai proventi delle tasse sulle merci importate dall’Egitto. All’epoca del suo massimo splendore, era l’ultima tappa delle carovane di cammelli in viaggio lungo la Via della Seta da Cina, India e Persia. Al piano superiore dell’ingresso principale, e accessibile tramite una ripida rampa di scalini, il Pandeli; www.pandeli.com.tr ; meze ₺15-38, portate principali ₺28-68; h11-18.30) è uno storico ristorante con tre stupende sale da pranzo tempestate di azzurre maioliche di İznik. Purtroppo, la qualità della sua cucina è alquanto scadente e non lo raccomandiamo. Le bancarelle all’aperto sul lato occidentale del mercato vendono prodotti alimentari freschi provenienti da tutta l’Anatolia, tra cui un’entusiasmante selezione di formaggi. In questa zona si trova anche il più famoso fornitore di caffè di İstanbul, il Kurukahveci Mehmet Efendi (www.mehme tefendi.com ; Tahmis Sokak 66; h8-20 lun-sab), in attività da oltre un secolo. È proprio all’angolo di Hasırcılar Caddesi, tra i tanti negozi che vendono cibo e utensili da cucina. Beta Yeni Han (Nuova locanda Beta)La locanda è menzionata con nomi diversi in molti documenti storici giunti fino a noi; sebbene sulla mappa Goad venga menzionata come la locanda Hasırcılar è conosciuta anche come Tahmis Khan. La locanda, che ha una storia speciale tra le locande che hanno avuto un posto importante nella storia turca, si chiamava rispettivamente nel tempo Emin Han, Tahmis Han, Hasırcılar Han e Yeni Han. L'edificio, che portava le tracce dei danni subiti per molti anni, ha riaperto i battenti con il nome di "Nuova Locanda Beta" grazie ai lavori di ristrutturazione eseguiti da Beta Gıda, rimanendo fedele alla sua essenza e al suo spirito. La continuità di un importante patrimonio storico è oggi garantita dall'impeccabile ristrutturazione della magnifica struttura del periodo ottomano, che esalta l'eleganza architettonica e visiva del quartiere di Eminönü coniugandola al dinamismo contemporaneo. Yağ Cami - Moschea dell'olioChiesa ortodossa di San Giacomo (Moschea dell’Olio in Ali Münif Caddesi) La Yağ Camii, in stile selgiuchide e con un imponente portale, era in origine una chiesa dedicata a san Giacomo ma fu convertita in moschea nel 1501. Prende il nome da un bazar dell’olio che un tempo si trovava proprio di fronte. Rüstem Paşa CamiiProprio al centro dell’animata area commerciale di Tahtakale, questa piccola moschea è un vero gioiello. Costruita nel 1560 da Sinan per Rüstem Paşa, genero e gran visir di Solimano il Magnifico, è un eccellente esempio della perfezione raggiunta in epoca ottomana nell’architettura e nella produzione di maioliche. Si ritiene che l’edificio sia stato realizzato come prototipo della Selimiye Camii a Edirne, considerata il capolavoro di Sinan. Si accede alla moschea tramite scale da entrambi i lati. La sua pianta è rettangolare, la cupola centrale poggia su quattro piedi di elefante e su colonne con archi. Il nartece ha sei colonne e cinque cupole. Successivamente vennero aggiunti alla facciata archi, colonne e una sezione con tetto in legno e grondaie. L'intera superficie della moschea di Rüstem Pasha, fino alle falde della cupola, è ricoperta di piastrelle. In particolare, le piastrelle con motivi a tulipano sono considerate gli esempi più riusciti dell'arte piastrellata ottomana. La fontana della moschea si trova sulla sinistra. La moschea ha meravigliosi pannelli in maioliche di İznik inseriti nella facciata, altre maioliche all’interno e un’incantevole cupola sostenuta da quattro colonne. Tutte le fonti sono concordi nell’affermare che Rüstem Paşa un individuo spregevole. I contemporanei lo soprannominarono Kehle-i-Ikbal (‘pidocchio della fortuna’) perché alla vigilia del suo matrimonio con Mihrimah, la figlia prediletta di Solimano, si scoprì che era infestato di parassiti. Viene ricordato soprattutto per aver complottato con Rosselana affinché Solimano iniziasse a diffidare del figlio prediletto, Mustafa. La congiura ebbe successo, visto che nel 1553 Mustafa fu strangolato per ordine del padre.
Passeggiando nei quartieri: Fatih, Fener e Balat
Le zone di Fatih, Fener e Balat sono sicuramente le più ricche di storia, le più affascinanti e caratteristiche di tutta Istanbul. Proprio per questi motivi rientrano nella lista dei patrimoni dell’Unesco. Ma nonostante ciò sono visitate da meno dell’1% dei turisti che visitano Istanbul. Com’è possibile una cosa del genere? I motivi sono molti, ma la colpa principale è sicuramente da
attribuire alla cosiddetta “industria del turismo”, che semplifica
tutto e attua una riduzione stereotipata della città, per
massimizzare i suoi profitti. La città viene quindi sostituita e
rimpiazzata da una sua immagine artefatta, ed è quest’ultima
purtroppo che viene visitata dalla quasi totalità dei turisti.
Parliamo di 3 quartieri davvero centrali per comprendere appieno la
storia e la cultura di questa città, zone in cui i popoli e le
religioni si sono nel tempo mescolati e sovrapposti, evidenziando e
portando fino ai giorni nostri una straordinaria ricchezza di
architetture, di monumenti religiosi, di colori e di prelibatezze
gastronomiche. I 3 quartieri si trovano all’interno delle mura della
città vecchia, ad ovest di Eminönü e si affacciano sul Corno d’Oro.
Sono zone non propriamente agevoli da visitare se non accompagnati
da gente che le conosce, non perché siano pericolose, ma perché non
sono assolutamente battute dai turisti e non è affatto facile
trovare i monumenti ed orientarsi fra il dedalo di case.
La visita di Fatih, Fener e Balat, è una visita impegnativa, ma
regala delle emozioni uniche, anche a chi come noi è abituato ormai
a frequentare questi luoghi. Visitare questi quartieri
da soli non è facile, spesso i nomi delle vie sulle cartine sono
errati o non vengono segnati, si rischia di girare invano e perdere
un sacco di tempo, la percentuale di persone che conoscono l’inglese
in queste zone è prossima allo zero e quindi risulta impossibile
chiedere informazioni. Fatih è da considerarsi uno dei quartieri più “conservatori” di
Istanbul, è la zona più osservante dal punta di vista religioso, con
al centro il monumentale complesso della Moschea di Fatih.
Passeggiare per le sue strade, nella zona di Malta Çarşı, la zona
del mercato, è un’esperienza che non può lasciare indifferenti. A
Fatih oggi vivono per lo più immigrati dalle zone dell’estremo est
anatolico, quindi persone molto più attente ai dettami religiosi, ma
anche cariche delle loro strepitose tradizioni culinarie regionali,
ed è proprio per questo motivo che il quartiere viene ormai
accettato come centro gastronomico della città. È qui che bisogna
venire per provare i sapori più autentici della cucina turca.
Ristoranti o piccoli chioschi specializzati in kebap, pide,
sarma,
köfte, tutto squisito ed a prezzo molto basso. Dopo un pranzo o uno
spuntino, è possibile raggiungere, se si riesce a trovare, la
bellissima moschea di Zeyrek, che in passato era il Monastero
Bizantino di Cristo Pantocratore, il secondo più grande edificio del
periodo Bizantino, dopo Aya Sofia, ancora esistente ad Istanbul. La
zona di Zeyrek, con le sue case in legno di periodo ottomano antiche
di 200 anni, è una delle più pittoresche di tutta Istanbul. Lasciando alle spalle Fatih e dirigendosi verso Fener, incontriamo
il quartiere di Çarşamba. Qui si trova una delle più famose Chiese
Bizantine di Istanbul, la Chiesa di Theotokos Pammakaristos,
metà moschea e per metà museo. Entrati finalmente nel quartiere di Fener, lo storico quartiere
greco, le strade cominciano a farsi strette e labirintiche, le
pendenze si fanno importanti, ed il rischio di perdersi sempre più
elevato. È su questi sampietrini ultra centenari, fra case ottomane
colorate, alcune superbamente restaurate, altre impietosamente
diroccate, che si respira la storia di Istanbul. Devoti preti
bizantini, rozzi crociati, fieri paşa ottomani col loro stuolo di
servitori, commercianti armeni, negozianti ebrei, chiromanti
zingari, nell’arco dei secoli hanno popolato, spesso
contemporaneamente, queste zone della città, e hanno dato origine a
quella ricchezza culturale che possiamo ammirare ancora oggi.
Passeggiando fra case dai colori e dalle forme più bizzarre, fra
bambini che giocano a pallone per le strade, si arriva davanti al
Rum Lisesi, il Liceo Greco Ortodosso, magnifico e caratteristico
edificio in mattoni rossi che sovrasta la collina di Fener.
Inerpicandosi per una scalinata pittoresca si raggiunge la sommità
della collina di Fener, dove un tempo passavano le mura dell’antica
Costantinopoli, è proprio qui che sorge una Chiesa ai più
sconosciuta ma di un’importanza fondamentale nella storia della
città. Si tratta della splendida Chiesa di Santa Maria dei Mongoli,
conosciuta anche come la Chiesa Rossa. La sua storia peraltro è
talmente bella e affascinante che meriterebbe un libro, ma purtroppo
non esiste nessuna pubblicazione in merito ed anzi la Chiesa pare
dimenticata da tutti.
Sempre all’interno del quartiere di Fener troviamo uno dei luoghi
più importanti in assoluto della religione Cristiana, il
Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, l’equivalente di San
Pietro a Roma per la religione Cristiana Ortodossa. L’importanza
storica e simbolica di questo luogo è enorme. E’ una delle cinque
sedi principali della chiesa cristiana, in ordine di gerarchia, il
patriarcato di Costantinopoli è il secondo dopo Roma, e precede
Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. La visita della Cattedrale di
San Giorgio dovrebbe perciò costituire un “must” per un turista in
viaggio ad Istanbul, eppure credo che neanche l’1% dei turisti lo
faccia, ignorandone probabilmente l’esistenza.
In riva al Corno d’Oro, a fare da spartiacque fra Fener e Balat,
incontriamo la Sveti Stefan Kilisesi (Chiesa Bulgara di Santo
Stefano), famosa per essere costruita completamente in ferro e per i
suoi ricchi ornamenti interni.
Il quartiere di Balat sul Corno d’Oro, con vicoli costeggiati da
case appena tinteggiate in vivaci e allegri colori e bar, ristoranti
e negozi indipendenti in stile boutique, è il nuovo epicentro della
cultura del caffè di İstanbul.
Balat è lo storico quartiere ebraico, lo è stato a lungo, sia
durante il periodo bizantino sia durante il periodo ottomano, questo
a dimostrare il clima di convivenza interreligiosa che ha sempre
caratterizzato Istanbul. Gli ebrei hanno cominciato a lasciare il
quartiere solo a seguito del forte terremoto del 1894, spostandosi
in parte nel quartiere di Galata ed in parte emigrando in Israele.
Dopo il 1960 la residua minoranza ebraica benestante di Balat si è
trasferita nel quartiere di Şişli, ed il risultato è stata una
completa trasformazione del quartiere, che da zona estremamente
ricca si è in fretta trasformata in zona di immigrati delle classi
sociali più basse. Il cambio di composizione sociale ha fatto
attraversare a Balat una fase di trascuratezza non indifferente, a
cui solo ultimamente si è cercato di porre rimedio attraverso un
ambizioso progetto di riqualificazione patrocinato dall’Unesco. Il
sottile confine fra splendore e degrado produce in Balat un
contrasto abbagliante. Il quartiere, in cui sono presenti ben 3
sinagoghe (fra cui la bellissima Sinagoga di Arhida, ancora in
funzione, e visitabile previo contatto col rabbino), rimane ancora
oggi un vero gioiello. Arrivando sulla sommità di Balat si entra in
un parco da cui si può ammirare un panorama mozzafiato su tutto il
Corno d’oro.
Proseguendo sempre a piedi e col rischio, sempre concreto, di
perdersi, si raggiunge la famosa Chiesa di San Salvatore in Chora,
oggi conosciuta come Kariye Müzesi. I suoi magnifici mosaici e i
suoi affreschi, non hanno niente da invidiare a quelli di Aya Sofia,
anzi sono oggettivamente molto più belli. Si tratta senza dubbio di
uno dei più importanti monumenti storici di Istanbul, straordinario
esempio della perfezione stilistica bizantina. In un edificio in stile neogotico sul Corno d’Oro e conosciuta come
‘Chiesa di Ferro’, vanta un meraviglioso interno, con grate in ferro
dorato e la balconata e le colonne che brillano nella luce polverosa
proveniente dalle vetrate policrome. In seguito alla grande opera di restauro completata all’inizio del
2018, la chiesa potrebbe conservarsi così com’è per anni. Questo rilevante complesso sorge nel presunto luogo in cui fu
sepolto Ebu Eyüp el-Ensari, compagno del profeta Maometto che cadde
in battaglia fuori dalle mura di Costantinopoli mentre portava lo
stendardo dell’islam durante l’assedio arabo della città (674-78
d.C.). La sua tomba è il più sacro sito islamico di İstanbul. Il luogo di sepoltura di Eyüp fu individuato oltre le mura cittadine
qualche anno dopo la conquista ottomana e il sultano Mehmet II
ordinò di costruire una grande tomba proprio per segnalarne
l’ubicazione.
Durante la visita siate rispettosi dei precetti islamici, poiché per
i musulmani questo è uno dei siti più sacri, per la precisione è il
quarto dopo i tre principali di La Mecca, Medina e Gerusalemme. È
sempre affollato di gente nei weekend e nelle festività religiose.
Commissionato dalla Mihrişah Valide Sultan, madre del sultano Selim
III, questo complesso del tardo Settecento comprende una türbe
(tomba) in stile barocco, una medrese e una sebil (fontana). Il
cuore centrale del complesso è lo splendido imaret (mensa per i
poveri) che circonda il cortile, e che all’epoca delle nostre
ricerche era in corso di ristrutturazione. Istanbul è da una parte una moderna città Europea e dall’altra è una città storica piena
di ricordi secolari. Nella parte storica
della città c’è un’altra favola. Il Bagno
Turco di Cemberlitas è un
edificio pieno di
misteri che nasconde gli occhi, le mani, i
sogni, i pensieri e l’abilità ingegneristica
del Maestro Mimar Sinan che tutt’oggi è oggetto di ammirazione.
Costruito nel 1584 accanto
a Divan Yolu, una strada processionale risalente all'epoca bizantina
che un tempo portava a Roma, nel quartiere Çemberlitaş.
Una delle basi della religione islamica è la pulizia, a volte quasi un’ossessione, non per niente il fedele prima di pregare in moschea si lava accuratamente per purificarsi. In quest’ottica vanno viste anche le usanze che vietano di entrare in casa con le scarpe o che non vedono di buon occhio la presenza di animali domestici. La tradizione di costruire bagni pubblici all’interno delle città risale all’antica Roma, con le Terme che abbinavano le avanzate conoscenze ingegneristiche ad uno sviluppato gusto per il comfort. Gli ottomani hanno preservato questa tradizione combinandola con tratti distintivi della loro cultura ed è così che nascono i cosiddetti “Bagni turchi”. Gli hamam storici hanno tutti la stessa struttura a cupola centrale, con piattaforme in marmo alla base, usate per distendersi e praticare i massaggi. Già nel Medio Evo in Europa la tradizione delle terme era in netta decadenza, mentre nell’Impero Ottomano, per le ragioni esposte prima, la tradizione rimaneva vivissima. Ed è rimasta viva fino a pochi anni fa, dato che fino agli anni ’50-’60 non tutte le case erano dotate di servizi interni con acqua corrente, quindi l’hamam assolveva la funzione principale proprio di pulizia. La gente comune di ogni classe sociale vi si recava essenzialmente per lavarsi. Ma non solo. L’hamam aveva anche delle importanti funzioni sociali, era punto di ritrovo e di intrattenimento, nel passato era comune mangiare al suo interno, ed anche organizzare cerimonie di pre-matrimonio, con le donne che disegnavano ricami di henna sulle mani intonando insieme canzoni tipiche. Gli hamam oggiAl giorno d’oggi le abitudini igieniche all’interno delle case sono cambiate considerevolmente, tutti possiedono bagni ed acqua corrente, quindi era inevitabile che la tradizione poco a poco si spegnesse fin quasi a sparire. In realtà ad Istanbul ci sono ancora attivi una sessantina di hamam, ma si dividono in due categorie. I quattro o cinque “hamam storici” che si sono trasformati ed adeguati per venire incontro alle esigenze dei turisti, e tutti gli altri piccoli hamam di quartiere, quasi sempre desolatamente vuoti e spesso con condizioni igieniche piuttosto dubbie. Inevitabilmente questi piccoli hamam saranno costretti a chiudere in breve tempo, se non saranno in grado di reinventarsi e di dirigersi nella direzione in cui spinge il mercato. Un turco che vuole ricevere un buon trattamento di bagno turco e di massaggi al giorno d’oggi va in una Spa, le catene di grandi alberghi infatti offrono servizi di eccellente livello a prezzi convenienti. Cosa rispondere quindi ai turisti (praticamente tutti!) che vogliono fare un’esperienza di hamam ad Istanbul? Diciamo che rimane comunque un’esperienza molto affascinante, in gran parte per lo splendore delle architetture interne, ma bisogna essere consapevoli che sarà difficile ritrovare l’autenticità di un tempo. Se deciderete di provare questa esperienza, sappiate che in genere pagherete un prezzo a partire dai 50 euro in base al tipo di trattamento e che la mancia è obbligatoria. Come funziona un bagno turcoDetto questo, passiamo ora ad illustrare le fasi e le zone di un bagno turco. Negli Hamam, come da tradizione, vige la separazione dei sessi, quindi sono divisi in parte maschile e parte femminile, ma alcuni hamam (ad esempio il Süleymaniye) sono misti. Ogni hamam è diviso in 3 zone. La prima zona si chiama camekan ed in pratica è una sorta di vestibolo, in cui ci si può sedere e rilassare bevendo una tazza di tè (sia prima che dopo il bagno), in questa zona ci si spoglia e si riceve il peştemal, una pezza di tessuto per coprire le parti intime. In seguito si entra nel soğukluk, una stanza di transizione che permette di acclimatarsi prima di entrare nell’hararet, il vero e proprio centro dell’hamam, la stanza calda e piena di vapore in cui rilassarsi e sudare prima di effettuare il bagno. Non c’è bisogno di portare costumi, ciabatte o asciugamani, tutto viene fornito dall’hamam e non bisogna preoccuparsi. Nel centro dell’hararet c’è la grande lastra di marmo chiamata göbektaşı, proprio qui, distesi a pancia in giù, potrete ricevere i due trattamenti principali. La kese è la tradizionale pulizia della pelle (peeling) che viene strofinata a fondo con un guanto di crine, in questo processo viene eliminata la pelle morta ed in seguito si procede a sciacquare con acqua calda. Subito dopo viene praticato un massaggio, normalmente abbastanza rude, della durata variabile di 5 o 10 minuti e si procede al lavaggio finale con acqua calda e sapone. Il massaggio è chiaramente opzionale e sarete voi a decidere se avvalervene guardando le relative tariffe prima di entrare, se non volete potete lavarvi da soli o farvi lavare e “strofinare” da amici o parenti. Normalmente si rimane all’interno dell’hararet circa un’ora o un’ora e mezza. Kariye Camii (Chiesa di Chora)Tra gli innumerevoli monumenti bizantini di İstanbul, ben pochi
possono vantare lo splendore di questa moschea traboccante di
mosaici e affreschi. A ridosso delle monumentali mura di terra di
Teodosio II, la Chiesa di Chora fu convertita in una moschea in
epoca ottomana, trasformata in museo nel 1945 e nuovamente in
moschea nel 2020. Il modo migliore per raggiungere questa zona della città è quello di prendere il tram T5 da Cibali fino ad Ayvansaray e poi di incamminarsi in salita lungo Dervişzade Sokak, girare a destra in Eğrikapı Mumhane Caddesi e quasi subito dopo a sinistra in Şişhane Caddesi. Da qui seguite i resti delle mura teodosiane e oltrepassate il Palazzo di Costantino Porfirogenito. Da Hoca Çakır Caddesi, prendete a sinistra Vaiz Sokak appena prima di raggiungere le ripide scale che salgono sui bastioni delle mura, a questo punto girate a sinistra in Kariye Sokak e arriverai alla moschea. In origine l’edificio si chiamava Chiesa di San Salvatore fuori le Mura (la parola greca Chora, di cui Kariye è la traduzione in turco, significa ‘campagna’), in quanto sorgeva all’esterno della cinta muraria fatta erigere da Costantino il Grande. Nonostante riceva una percentuale di visitatori di gran lunga inferiore rispetto alla celebre Aya Sofya, offre spunti altrettanto affascinanti sull’arte bizantina. L’edificio che possiamo vedere oggi, tuttavia, non è la chiesa di Giustiniano, che fu distrutta e ricostruita almeno cinque volte, in maniera importante nell’XI, XII e XIV secolo.
Praticamente tutte le decorazioni dell’interno – i famosi mosaici e
i meno noti ma altrettanto straordinari affreschi – risalgono al
1312 circa e furono finanziate da
Teodoro Metochite, poeta e
letterato nominato revisore del Tesoro dall’imperatore
Andronico
II (r. 1282-1328). Uno dei mosaici più belli del museo si trova
sopra la porta che dal nartece interno immette nella navata centrale
e raffigura Teodoro nell’atto di offrire la chiesa a Cristo.
Oggi la Chiesa di Chora è formata da cinque elementi architettonici
principali: la navata centrale, la struttura a due piani annessa a
nord, il nartece interno, il nartece esterno e la cappella delle
delle tombe (parecclesion) a sud. Nel 2013 è stato
avviato un esteso progetto di restauro suddiviso in fasi che
comporta la chiusura a rotazione di aree dell’edificio. Gli interni sono rivestiti quasi interamente di mosaici che raffigurano episodi della vita di Cristo e di Maria. Cercate il mosaico di Gesù Khalke, che si trova sotto la cupola destra nel nartece interno e ritrae Cristo e Maria con due benefattori: il principe Isacco Comneno e Melania, figlia di Andronico Paleologo. Sulla cupola sovrastante si può ammirare una superba raffigurazione di Gesù con i suoi antenati (La genealogia di Cristo). La cupola sinistra del nartece è ornata da un mosaico che trasmette un senso di serena bellezza e raffigura Maria con il Bambino Gesù circondata dai suoi avi.
Nella navata centrale ci sono tre mosaici: Cristo e Maria con il
Bambino Gesù, e per vedere il terzo, la Dormizione
della Beata Vergine, dovete voltarvi, perché si trova sopra la porta
tra nel nartece interno. A destra della navata centrale si trova il parecclesion, una cappella laterale costruita per accogliere le tombe del fondatore della chiesa e dei suoi parenti, amici stretti e compagni. La cappella è decorata con affreschi sui temi della morte e della resurrezione, con scene tratte dall’Antico Testamento. Nello stupendo affresco che orna l’abside, conosciuto come Anastasis, Cristo in tutta la sua potenza resuscita Adamo ed Eva dai loro sarcofagi alla presenza di santi e re. Sotto i piedi di Cristo si vedono le porte dell’inferno. Meno solenni, ma non meno interessanti, sono gli affreschi sulla cupola, che ritraggono Maria insieme a 12 angeli custodi. Sul soffitto tra questa cupola e l’abside, il Giudizio Universale è una stupefacente rappresentazione dell’Apocalisse, con scene su sfondo bianco in contrasto con il blu scuro, gli accenni dorati e, al centro, l’angelo che arrotola la volta celeste rappresentata da un motivo a spirale, circondato da cori paradisiaci. Sintesi di luoghi e monumenti da Wikipedia, selezionati dalla relazione Elisabetta Lattanzi
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